La sostenibile leggerezza della fidelizzata

Rispetto a un anno fa, questo fine maggio è tutto diverso.

Un anno fa pioveva che Dio la mandava, faceva ancora un freddo porco, avevo il cuore tra le nuvole e il morale sotto le scarpe. Era stato un inverno lungo, passato perlopiù interrogandomi se era il momento di tirare i remi in barca sul lavoro, cacciare fuori la minchia per scopare, ritagliarmi più tempo per lo sport, che “tra qualche anno no je la farò più”… 
E per non sbagliare mi ero fatto pure un viaggetto al tepore del sole e della figa.

Quest’anno, invece… Un giorno imprecisato che era ancora inverno, e andavo di nuovo, e finalmente, a mille, qualcuno mi ha rinchiuso in casa e ha buttato la chiave. Per quasi tre mesi sono stato dietro lo schermo di un computer a lavorare e lavorare come non facevo da anni, interrogandomi sul chicazzomelavevafattafare di non tirare i remi in barca, ma rallegrandomi del fatto che, almeno, chiuso nella galera domestica art. 41bis avevo parecchio da fare… Tanto da non aver tempo di pensare ad altro…

Poi, all’improvviso, BAMMM…
Una piccola emergenza mi riporta in ufficio, ancora in fase due incipiente…
Rimetto il naso fuori di casa e di improvviso scopro che è già primavera.
Roma è ancora sonnacchiosa. Si sta risvegliando lentamente dal forzato letargo. Ancora tra mille divieti.
L’abito estivo che ho disseppellito in un contingente cambio di stagione mi tira in vita… 
Tre mesi senza piscina col frigo davanti e la cantina ben rifornita hanno inflitto un duro colpo alla mia linea, altrimenti curata.
Ma, cazzo è primavera, e anche l’ufficio deserto ha un aspetto meno tetro di quel che dovrebbe.

Il primo pensiero, dopo una sommaria rassettata al vello caprino, è quello di riabbracciare la mia fidelizzata… 

Qualche notte di quelle malate, quando da rinchiuso perdi la cognizione del tempo, ci siamo scambiati brevi messaggi condividendo il reciproco spisellamento con la promessa di scolarci la solita boccia, appena possibile…
… Sai quei giorni che passano lavorando, transitando dal momento in cui hai ancora il pigiama a quello in cui hai già il pigiama?
Erano quei giorni in cui dopo aver lavorato e lavorato e lavorato, con la faccia rossa di schermo a led, ti “distraevi” con skygonetflixamazonvideoyouporn, nottetempo, e alle quattro ti ritrovavi su Messenger a comunicare con qualche altro disperato recluso, col ciclo circadiano a puttane…

La mia fidelizzata è la negazione vivente del ciclo circadiano… Anzi credo che la parola “circa” lei l’abbia presa a modello di vita… Dorme quando capita e si ammazza di telenovela e bevutine estemporanee in ore improbabili, interrompendo il digiuno quando si ricorda che per deambulare occorre una manciata di proteine… Non foss’altro che deve pisciare quella specie di amabile peluche sonnacchioso e con gli occhi a palla che dicono sia un cane…

Mi chiedo come cazzo faccia a essere così bella nonostante le sue abitudini dissolute… condite, per non farsi mancare nulla, da occasionali passatempi lisergici in discoteca… Quando le legge ancora consentiva tali passatempi per bonazze annoiate e culturisti in diporto.

Cazzo la adoro…
L’ho detto altrove.

Sicché, dopo oltre tre mesi di uccello in isolamento, cervello nel braccio della morte, fisico in salamoia, l’occasione di uscire mi dà un insperato rigurgito di adrenalina…
… Me ne accorgo dall’adipe aggiunto che trema felice alla prospettiva della inaspettata, ma attesissima rimpatriata… 
E il fianco si adagia morbido sulla cinta dei jeans, un tempo comodi…
Mi rammarico di non essere presentabile al mio meglio.
E ho anche le spalle coperte di pelo che l’estetista non ha ancora riaperto.

Mi avventuro così, tra il mesto e l’eccitato, alla volta del ben conosciuto talamo che ha visto me e la mia favorita (per non parlare di un imprecisato ma indubbiamente elevato numero competitors) protagonisti di innumerevoli capriole.

Son passati mesi. Ma la macchina va da sola.
Mi ricordo anche il nome sul citofono.
Cazzo, ci ho messo almeno un paio d’anni a memorizzare il portone.
Ricordarsi anche il nome sul citofono per me significa molto.
Dovrebbe dire molto anche per lei.
Dovrebbe esserne orgogliosa.
Non son cose che con un puttaniere come me puoi dare scontate…

Ho anche preso il vino. 
La solita bottiglia di Ripasso di quella cantina a cui sono affezionato e che lei apprezza almeno quanto me…
Di solito, in un paio d’ore, ce la finiamo.
Anche meno.
Tra un cazzo e un altro… Come si dice…

Esterno notte.
Saranno quasi le 11:00.
Roma è di nuovo vuota.
Per le strade semideserte, le luci blu delle Forze dell’Ordine…
Penso che se mi fermano devo inventarmi una scusa tipo “cerco una farmacia aperta per un improvviso mal di denti” e mi dico che se al ritorno avrò mezza bottiglia di Ripasso in corpo farò meglio a tenermi lontano dai controlli…

Mentre affronto questi pensieri borghesi da ultracinquantenne, la radio intercetta una stazione DAB di musica funky e soul anni 70…
Shalamar – A night to remember
Instant Funk – I Got My Mind Made Up (You Can Get It Girl)
Gino Soccio – Dancer

… Roba così …
Ma che cazzo ne sanno i Millenials???

Hits di una stagione remota. Non di più. 
Li avevo dimenticati. Ma quanto li avevo ballati?

Memore di serate al Piper, al Much More, alla Cage aux folles, nei miei anni teen, ricordo vagamente i testi, e canto a squarciagola nell’abitacolo… Sbagliando gran parte delle parole in inglese… Come se fossi in gita scolastica.

Mi sta montando l’adrenalina.
E dai 50+ reali esterni, emergono i 17 interni, che furono, di anni… e forse anche di centimetri…
Boh. Magari esagero.

Mai misurati prima.
Meglio evitare adesso.

Finalmente sono da lei.
Faccio i gradini a quattro a quattro.

Lei, come sempre, si nasconde dietro l’uscio, in intimo delizioso e raffinato.
Io, come sempre, faccio prima entrare la bottiglia, o il mio dito medio.

E’ bello così.
Un affettuoso rapporto da due persone che si prendono per il culo… In tutti i sensi.
Collegati da un sentimento che si potrebbe definire di sticazzistico menefreghismo simbiotico.
Indissolubilmente uniti da un foglietto rosa del valore facciale di una piotta….

Mi incanto a guardare i suoi occhi neri, le lunghe ciglia finte, le sue labbra a cuore rosse fuoco.
E’ sempre bellissima.
Una bambola di porcellana.
Morbida e generosa.

Stappo il Ripasso.
Brindiamo e sorridiamo.
Affondo il mio viso tra i suoi seni.
Il mio Pietropaolo ritrova le sue ragioni di esistere.
I nostri fluidi si mischiano ancora una volta…

Sono uscito dall’incubo.

__________jul

Qui il testo originale dell’opera.